25 Giu 2011
Poesia: La caduta di Bisanzio
Bisanzio è la città dal duplice porto, luogo del passaggio dal piccolo al grande mare, capitale dell’impero romano d’oriente, del quale ha mantenuto l’eredità fino al rinascimento. Bisanzio è la città che ha reso possibile la conservazione e trasmissione di testi imprescindibili per la cultura occidentale: è un crocevia fondamentale per la nostra identità culturale, un punto di passaggio obbligato. Potremmo considerarla come una delle città nelle quali l’Europa pone le sue radici.
Nonostante l’importanza, Alessandro Rivali vuole immaginare questa città, tanto cara all’imperatore Costantino, nei momenti in cui «Era cenere la terra oltre i bastioni, / chiusa la fuga per terra e per acqua». L’immaginazione del poeta rimanda alle ultime ore di vita di questo emblema.
Ma anche i momenti più umilianti non sono la fine: ciò che viene raffigurato dal poeta, infatti, è un viaggio aperto, come quello della vita, con le sue tappe tra i ricordi degli insuccessi e delle speranze. Quello di Rivali è un viaggio nella poesia come nello spazio e nel tempo, dentro e fuori la realtà.
Seguendo le parti della raccolta vengono attraversate Pompei, Bisanzio, Persepoli, Atlantide, simboli di civiltà decadute; dopo aver incontrato Giovanni della Croce si possono visitare l’Eldorado e Sacrari, luoghi in cui l’immaginario è divenuto reale. Infine si può assistere al passaggio dalla terra dei serpenti, la terra della condanna, alla terra di Lamec, il padre di Noè, la terra assegnata agli uomini dopo il giardino dell’eden e prima del diluvio. Un viaggio sicuro perché la destinazione è certa «al termine del deserto / vide colui che fu morto e visse, / che parlava con dolcezza / di cieli e terre e tutte le cose / in luce finalmente nuova.»
L’intera raccolta si può dividere in tre fasi così come sono tre i tempi di ogni coniugazione: presente, passato e futuro (Vita, Mors, Resurrectio). Nel passato individuale e collettivo l’uomo riscopre i propri errori: « Tiberio scelse la parte estrema / Per alzare la Villa di giovedì / e Tacito si dilungò sulla follia, /sulla frana crudele della ragione.» Gli storici, antichi e non, hanno paragonato spesso il passare del tempo a una forza impietosa che fa emergere le contraddittorietà delle civiltà «Erodoto e Strabone / raccontavano di Fenici / discesi dal mar Rosso / e riapparsi come fantasmi / alle porte del Mediterraneo».
Vi è poi il presente, quello della caduta tragica «il porfidio fu frantumato, / le insegne impiegate come aratri.», momento vero e proprio della caduta di Bisanzio. In questo momento si può rileggere il rivali della prima raccolta la riviera del sangue. Quello del poeta è un viaggio che, proprio perché ripugna la disperazione, guarda oltre, verso la speranza inaspettata: «Un plotone superstite esaminò / Le pietre della città combusta / Si leggeva delle fondazioni, /il reticolo d’una città romana, / la cattedrale caduta per catapulte //Si fermarono alle /arche stupiti / Da tre lapidi in gradazione. // L’epigrafe era salvata, / annerita dalla furia rovinosa: / tre neonati vissuti un giorno.// Riportava passi delle scritture, /un versetto per ogni stele // Il Signore ha dato. / Il signore ha tolto. / Sia benedetto ora e sempre il nome del Signore.
Voleva valicare la calce,/ l’orizzonte informe dei Goti.// Fondare la città/ Dai cento cerchi di mura,/ dai terrazzi con i colori delle stelle,/ rivestire la varietà dei sogni,/ e l’architettura dei desideri.// Ai deserti seguiva l’acqua,/ una capitale emersa sui laghi/ e donne slanciate nella seta.// Ecbatana, Persepoli,/ Timbuctù, Ianua/ o Atlantis,/la luminosa.
(Articolo già pubblicato in www.cogitoetvolo.it )

Interessanti le figure dei tre maestri per Paola Mastrocola in “La scuola spiegaa al mio cane”:







